“Bio” o “non Bio”: è davvero questo il problema?

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Negli ultimi anni una grossa fetta del mercato cosmetico internazionale ha iniziato a maturare sempre più interesse nei confronti dei “prodotti con buon INCI”.
Sono nati così i cosiddetti “prodotti bio”, “prodotti verdi”, o più semplicemente “prodotti paraben free”, “Sles free”, “gluten free” etc. Le case cosmetiche internazionali, cavalcando l’onda, si sono inventate un nuovo approccio, presentandosi sul mercato mondiale in una nuova veste che alletta il consumatore e lo attrae, con nuove promesse ecologiche atte a favorire la loro credibilità sul mercato.
Ma cosa c’è di vero in tutto questo? Un prodotto “paraben free” è davvero un “buon” prodotto e basta che un prodotto abbia un “buon INCI” affinché possa essere considerato un “prodotto buono” a tutti gli effetti?

Cosa dicono gli esperti

Tra gli addetti del settore il dibattito tra “Bio” e “non Bio” in realtà è ancora aperto. Molte delle idee che nei nostri circoli diamo per scontate, per gli “esperti” (veri) non lo sono affatto e se davvero si vuole scegliere quali prodotti comprare con consapevolezza non si può abbracciare un’idea (quella dell’eco-bio) per partito preso o per fare tendenza, ma bisogna porsi degli interrogativi e rispondere con sincerità a se stessi e agli altri.

Tutte noi conosciamo casi di ex-spignattatrici che hanno costruito la propria immagine pubblica e hanno fatto proselitismo attraverso il culto dell’eco-bio e che hanno avuto il grande merito di alimentare un mercato che:

vale un fatturato da 400 milioni, secondo la stima di Confcommercio per il 2014 e che cresce in continuazione: rispetto al 2013 il giro d’affari è cresciuto quasi dell’8%. Nel mondo il mercato della bellezza al naturale vale 13 miliardi di dollari. Ce ne siamo già accorti perché questi prodotti, che fino a qualche anno erano venduti solo in negozi dedicati, oggi sono sugli scaffali di tutti i grandi distributori (cfr.).

Cosa dice la legge

Secondo il Regolamento CE 1223/2009  in vigore in Italia dal 2013, gli ingredienti ammessi in un cosmetico devono seguire importanti criteri di sicurezza. Anche dopo l’immissione sul mercato esiste un servizio di Cosmetovigilanza che si occupa di monitorare i prodotti in commercio. Il regolamento inoltre indica le sostanze vietate nei cosmetici perché riconosciute pericolose per la salute (CE 1223/2009 Allegato II) e anche alcune sostanze vietate in quanto dannose ma per le quali possono essere previste delle eccezioni entro determinati limiti che sono considerati sicuri (CE 1223/2009 Allegato III). Sulla base di questa normativa qualsiasi cosmetico in commercio è quindi considerato “sicuro”. Ma fino a che punto possiamo fidarci?

Se da una parte sappiamo che su questo documento hanno lavorato i più grandi cosmetologi, dall’altra conosciamo le pressioni che enti come confindustria e multinazionali varie esercitano sulla politica e sappiamo anche che alcuni dei cosmetici che in passato erano considerati “sicuri” col passare del tempo si sono invece rivelati tossici e dannosi, anche se erano stati comunque controllati e avevano superato test ed esami di vario tipo. Quindi perché fidarci?

Allora come si fa a capire quale cosmetico potrebbe essere dannoso e quale sicuro?

Beautybloggers e Youtubers hanno semplificato la vita a tutte noi, misere mortali, fornendoci una lista di ingredienti da evitare perché potenzialmente nocivi e propongono una selezione di prodotti basandosi sull’analisi degli ingredienti costituenti, divisi in “buoni” e “cattivi” in base al giudizio mutuato dal Biodizionario, un motore di ricerca basato sullla classificazione del chimico Fabrizio Zago, che ha condotto per anni le sue ricerche basandosi su dati oggettivi e rintracciabili, ma per lo più relative all’ecosostenibilità delle materie prime analizzate e su altre questioni oggettive e soggettive.

Noi consumatrici, invece, non possiamo basare il nostro giudizio su un cosmetico esclusivamente sul’ecocompatibilità, quello che deve interessarci è invece la dermocompatibilità di un prodotto che ci mettiamo sulla pelle. E la dermocompatibilità, come sappiamo, non è un dato oggettivo in assoluto. La nostra pelle si differenzia da soggetto a soggetto e non possono esserci prodotti buoni per tutti i tipi di pelle e analergici per tutti.

Ne consegue che la classificazione del Dott. Zago può essere per noi un’ottima base di partenza, ma non è assolutamente valida l’equazione secondo cui un prodotto nocivo per l’ambiente sia per forza un prodotto nocivo anche per la pelle e viceversa.

In realtà non esiste solo la classificazione del dott. Zago, i metodi di classificazione degli ingredienti adottati in giro per il mondo sono tantissimi, ognuno con i suoi presupposti più o meno condivisibili, ma nessuna di queste classificazioni può sostituire il nostro buonsenso, la nostra capacità di testare i prodotti in maniera diretta e attentamente e capire se quel prodotto fa per noi o no.

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